domenica 11 luglio 2010

Lamento per il Sud


di Salvatore Quasimodo

La luna rossa, il vento,
il tuo colore di donna del Nord,
la distesa di neve …
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate tra le nebbie.

Ho dimenticato il mare,
la grave conchiglia
soffiata dai pastori siciliani
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema
nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo
degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque
la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine,
stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte
con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto
il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli
tornano sui monti,
costringono i cavalli
sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia
lungo le piste nuovamente rosse,
ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
Il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.